Callgest, si aprono degli spiragli

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Quella della Callgest di Pavona è una storia di sacrifici e di crisi finanziaria. La società di call center, nata a febbraio da una cessione di ramo di azienda con la Sai srl, a luglio ha messo in cassa integrazione circa 90 dipendenti, dopo mesi di ritardi sugli stipendi e tribolazioni varie: «Attualmente – ha spiegato la segretaria provinciale Callgest della Cisal Com, Antonella Sorrentino – siamo in 82: questa diminuzione è dovuta al fatto che alcuni si sono licenziati e altri hanno visto scadere il contratto senza essere rinnovato».

Dopo settimane di stallo e di precarietà insoluta, lunedì si è riaperto il dialogo tra sindacati e azienda, e i primi, piccoli passi sembrano compiuti. Almeno per salvare il salvabile: «La proprietà – afferma Sorrentino – si è impegnata a richiamare, dal primo gennaio, otto lavoratori attualmente in cassa integrazione. Si è garantita la cassa integrazione in deroga per i restanti contratti in essere, fino a tutto il 2012. L’impresa si è detta poi pronta a versare il 75% della tredicesima, unitamente al 20% delle mensilità a partire da quella di luglio, garantendo la maternità alle lavoratrici aventi diritto».

Un obiettivo minimo, dunque, è stato raggiunto dal sindacato che però ha espresso forte rammarico per tutti quei contratti in scadenza «che purtroppo non potranno essere rinnovati». La parti sociali comunque sono pronte ad intensificare il dialogo con l'azienda verso un piano di rilancio occupazionale: «Lo scopo primario è il reintegro dei dipendenti in cassa integrazione, così da garantire una rinnovata produttività del sito di Pavona. Ovviamente attendiamo che alle parole seguano i fatti». Ai lavoratori è arrivata anche la solidarietà del responsabile Fli di Albano, che sta seguendo passo passo la vicenda: «Sosteniamo i lavoratori di Pavona – ha detto Andrea Titti – nella battaglia in difesa dei diritti individuali. Unitamente a Francesco Pasquali, capogruppo Fli in Regione Lazio, ci siamo già attivati affinché le istituzioni facciano la loro parte».

 Marco Montini