Emergenza Abitativa : «In sei come sardine in un monolocale»

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33 milioni di euro all’anno (stima parziale e per difetto) per 1300nuclei familiari più 230 rifugiati politici: questa è la spesa che il Comune di Roma sostiene per ospitare nei residence le famiglie senza casa. Una cifra mostruosa se si pensa che dividendo i 33 milioni per le1300 famiglie si ottiene25.000 euro all’anno e quindi 2100 euro al mese.

A questo punto qualche lettore potrebbe immaginare che con tutti questi soldi, sufficienti ad affittare a ognuna di queste famiglie un appartamento di lusso ai Parioli, i senza casa possano ritenersi dei privilegiati. Ma la realtà è ben diversa. Infatti  i poveri senzacasa non vanno ai Parioli,ma vengono deportati nei residence,  stamberghe insalubri e isolate nelle periferie più estreme e degradate della città e tutti quei bei soldoni vanno a finire nelle tasche dei proprietari  di queste strutture, spesso  fatiscenti o addirittura con altre destinazioni d’uso. Così i soldi dei contribuenti.

Oggi riportiamo e documentiamo (vedi foto in pagina)il caso del residence “Madre Teresa” di via Segre, una sorta di “Nave da crociera Costa”(ci somiglia nella forma  e nel colore )che sta affondando nel de-grado più assoluto. Maria (nome di comodo poi-ché l’interessata non intende apparire per paura di rappresaglie) è una di loro: nonostante abbia raggiunto i fatidici 10 punti che la collocano ai vertici della classifica degli aventi diritto ad un alloggio popolare, lei, suo marito e i loro quattro figli sopravvivono ammassati come sardine in un monolocale di pochi metri quadri dove nel giro di pochi centimetrici sta di tutto. Passare dal fornello del gas al lavello, dal tavolino della cucina al divanetto con davanti la televisione è questione di un attimo.

La “zona notte” consiste in un materasso matrimoniale affiancato da due letti a castello e dall’unico bagno di casa che non ha né finestra né aspiratore. Il ricambio e il riscaldamento sono “garantiti” da un con-dotto in cui viene immessa aria con rumore assordante, mentre il “pavimento” è costituito da  pezzi di vinile che si scollano mostrando  il cemento grezzo e polveroso. Al piano superiore topi e piccioni scorrazzano tra masserizie di ogni genere. Sono i locali incendiati qualche anno fa da un tossico in crisi d’astinenza, enei quali morì la madre di questi ultimi: le finestre sono ancora  tutte rotte, le suppellettili incendiate, immondizia in ogni angolo. Dai controsoffitti penzolano ancora i fili e nessuno si è degnato di mettere mano a questa situazione. «Fateci uscire di qui: mio marito è malato di cuore, mio figlio è obeso, ha subito un rico-vero e ora sta in cura alla neuropsichiatria infantile. Non ce la faccio più, vorrei suicidarmi, ma vado avanti solo per loro».

E’ l’appello disperato di Maria, al quale ci associamo indignati chiedendo a gran voce la chiusura dei residence, il blocco degli sperperi e l’uso appropriato di 33 milioni all’anno per ridare dignità a queste vite umiliate, offrendo loro una casa degna di questo nome.(continua)

 

                                                                      Silivio Talarico

 

Le foto all'interno dell'abitazione