Stranieri cresciuti all’ombra del Colosseo

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Perché deve essere così complicato essere considerati cittadini italiani a tutti gli effetti per noi che sul suolo italiano siamo nati o che ci siamo trasferiti sin da piccoli?». A domandarselo sono i giovani stranieri che, pur essendo cresciuti all'ombra del Colosseo, si confrontano ogni giorno con la difficoltà di affermare la propria identità, in una continua mediazione tra due realtà difficili da conciliare, quella del paese d'origine delle famiglie e quella del paese d'accoglienza.

Roma multietnica, una realtà in continua espansione ed evoluzione con le sue tradizioni, le sue origini, le sue mille contraddizioni. Equilibri ancora più precari quando si affronta la situazione degli stranieri di seconda generazione, i figli degli immigrati che hanno scelto tanti anni fa di stabilirsi nella capitale e di farsi qui una nuova vita. «A volte mi domando quale è la mia patria: quella dei miei genitori e dei miei nonni è così distante in termini di chilometri e di cultura, ma questa dove vivo a volte sembra non accettarmi pienamente» confessa Jamina, liceale, nata a Roma da genitori provenienti dalle Filippine. «Le tradizioni dei miei raramente si sposano con il mio modo di vivere, io che, pur sottostando alla loro educazione, sono cresciuto “all'italiana” nel vestire, nel linguaggio, nello studio» afferma Nayf, 16 anni, a Roma da quando ne aveva 2, eppure ancora cittadino somalo. Tante e disparate sono le testimonianze di questa seconda generazione dell'immigrazione, a riprova di un fenomeno in continua evoluzione e crescita demografica.

Nella Provincia di Roma, infatti, su un totale di 4 milioni di abitanti, oltre 320.000 persone, quasi l’8%, è costituito da cittadini stranieri, contro la media nazionale del 5,8%. I minori con cittadinanza straniera sono più di 80.000, di cui il 67% risiede a Roma. Di questi, oltre 45.000 sono nati sul nostro territorio e, quindi, rientrano a pieno titolo nella “seconda generazione” dell’immigrazione. I dati sono riportati dal Gruppo Consiliare Comune di Roma del Pd nella Proposta di Delibera in Consiglio Comunale, nella quale si propone di riconoscere a tutti i figli di immigrati nati a Roma, verificata l’integrazione e l’inserimento dei genitori, il “Plenum ius”, l'antica cittadinanza romana. Nuova forza lavoro, ma anche nuovo fermento intellettuale: con i figli degli immigrati in questi ultimi anni è cresciuta, infatti, la componente estera anche nelle scuole e nelle università romane. Secondo i dati riportati dall'VIII Rapporto dell'Osservatorio Romano sulle Migrazioni, riferiti all'anno scolastico 2010-2011, la seconda generazione risulta composta in Italia da quasi 300.000 studenti e nelle scuole romane da 20.877 bambini e ragazzi, che incidono per il 40% su tutta la popolazione studentesca di cittadinanza non italiana. Ogni 10 studenti stranieri, insomma, 4 sono nati in Italia ma di straniero mantengono solo la cittadinanza. «Frequento il liceo a Roma, mi vorrei iscrivere a medicina, spero di trovare lavoro qui, dove sono nata e cresciuta – racconta Jamina – Ma mi chiedo: perché l'integrazione piena è ancora una strada in salita? Perché ottenere la cittadinanza, che sembra l'unica via per essere equiparati ai figli degli italiani, deve essere un'impresa titanica?». E sono in molti, primo tra tutti il presidente della Repubblica, a chiedere la riforma della legge 91 del '92, che disciplina l'accesso alla cittadinanza, affinché sia meno rigida nei confronti delle seconde generazioni. Secondo l'attuale normativa, infatti, il minore, figlio di immigrati, anche se nato sul suolo italiano, è considerato portatore della cittadinanza del paese di provenienza dei propri genitori. Solo chi ha almeno un genitore italiano acquista automaticamente la cittadinanza del nostro paese; i nati in Italia da genitori stranieri regolarmente residenti, invece, possono diventare italiani se, oltre a essere stati registrati all’anagrafe, hanno anche vissuto sul territorio legalmente e senza interruzioni fino alla maggiore età. In questo caso, prima di aver compiuto 19 anni, dovranno presentare al Comune di residenza la dichiarazione di voler acquistare la cittadinanza italiana.

«Ormai i miei usi e costumi sono quelli italiani – testimonia Gabriella, giovane barista proveniente dalla Romania e trasferita nella capitale con la madre molti anni fa – Ancora non sono cittadina italiana, ma vivo qui da tanto che cultura e tradizioni romene si fanno sempre più distanti e coltivare la lingua d'origine risulta impossibile se non la si parla di tanto in tanto. E per il futuro c'è il progetto di studiare da psicologa». Per i figli di immigrati non nati in Italia non è previsto un percorso apposito, possono solo seguire le vie di accesso alla cittadinanza disponibili per i loro genitori: per matrimonio con cittadino italiano o in seguito a 10 anni di residenza. Proprio oggi “L'Italia sono anch'io”, campagna nazionale proposta da 19 organizzazioni della società civile, da Rete G2 Seconde generazioni alla Fondazione Migrantes, ha depositato alla Camera dei Deputati oltre 50.000 firme raccolte dai comitati provinciali per proporre la riforma delle norme sulla cittadinanza e il diritto al voto alle elezioni amministrative per i lavoratori immigrati residenti regolarmente in Italia da almeno 5 anni. Non solo campagne di protesta per la Roma multietnica, ma anche eventi culturali e iniziative divertenti per dimostrare che l'integrazione piena è qualcosa di più di un miraggio. Un esempio significativo, ma è solo la punta di un iceberg sotto il quale si muove un intenso fermento di fare e di cambiare: si è in attesa della proclamazione dei vincitori di “Figli di tante patrie. Le seconde generazioni raccontano le prime”, concorso promosso dal Servizio Intercultura delle Biblioteche di Roma e rivolto ai figli di immigrati che, attraverso la presentazione di video, testi e fotografie possono raccontare storie e tradizioni della famiglia d'origine, approfondendo il punto un vista sospeso tra due mondi culturali diversi, due generazioni spesso agli antipodi, i genitori stranieri da un lato e i figli italiani, anche se spesso ancora privi di cittadinanza, dall'altro.

Francesca Bastianelli