Quel campo nomadi lontano dagli occhi

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La prima sensazione che si ha, arrivando al campo nomadi di via di Salone, è di essersi persi. Una strada stretta, piena di buche, completamente priva di marciapiedi e d’illuminazione. E intorno solo campagna. Per chilometri. Un lungo enclave privo d’ insediamenti e, viene da sé, di servizi. Si trova sulla sommità di una piccola collina, il “Villaggio Attrezzato” di via di Salone. E tuttavia dalla strada non è affatto visibile.

«So che c’è un campo Rom, ma non so dove sia» risponde una signora a passeggio col cane al guinzaglio. Dall’adiacente quartiere Case Rosse non c’è alcuna possibilità d’arrivarci, se non con l’auto. «Chi ha la macchina, qua sta meglio degli altri» fa notare Sulta, una rom cardiopatica di 49 anni che, per farsi controllare il pacemaker, ha dovuto camminare per qualche km fino a La Rustica e, da lì, prendere un treno. «Adesso sono stanca morta» ammette, affondando nella sedia fuori il suo container. In quei due metri di fronte al suo alloggio si realizza tutta la vita in comune per moltissimi residenti del campo. Un migliaio secondo le stime ufficiali, almeno il 20, 30 per cento in più per gli operatori sociali. Duecento container in lamiera, distribuiti simmetricamente ai lati di un lungo vialone asfaltato. Duecento centimetri di distanza, tra l’uno e gli altri. All’interno, sono abbastanza confortevoli, ma assolutamente insufficienti per una famiglia rom, notoriamente numerosa. Somigliano piuttosto a grandi roulotte. Pochissimo spazio all’interno, poco anche all’esterno. Ma quello che ancor più colpisce è la pressoché totale assenza di luoghi per la socializzazione. Non ve ne sono. A causa dei trasferimenti dai campi irregolari, gli spazi dove si svolgevano le feste come il Natale e il Giurgevdam, sono stati utilizzati per i container dati ai nuovi arrivati. E così, di locale condiviso, rimane soltanto una struttura adibita ad asilo nido e doposcuola. Si tratta di un prefabbricato, molto curato all’interno, per la recente ristrutturazione. E tuttavia, essendo recintato, non è fruibile per tutta la comunità. Al contrario viene frequentato da 20 bambini in età prescolare e, due volte la settimana, da una decina di ragazzi che vanno in terza media. Trenta persone in tutto,su una popolazione minorile di circa 400 unità. «Io penso che sia pure discriminatorio. Ci vanno solo bambini rom – fa notare Giuseppe S. che vive nel campo – Ma ti sembra normale, che integrazione sarebbe?».

Dunque alla carenza di spazi condivisi e alla distanza geografica, si aggiunge un'altra problematica questione d’inclusione sociale. «C’è un problema nel modo di integrare i Rom – ci spiega Dantes, quarantenne romeno che, all’interno del campo, vive con moglie e quattro figli – Io ho lavorato regolarmente nella mensa dell’ospedale Gemelli, ma adesso sono disoccupato e non riesco a trovare altro. Da questo punto di vista non si fa niente, nonostante le tante promesse fatte dal Comune». Disoccupazione, distanza, carenza di spazi condivisi e integrazione. Tanti problemi, dunque, per questi residenti, aumentati sensibilmente dopo i trasferimenti da Casilino 900. Non sembra, però, esserci un problema igienico nel “Villaggio Attrezzato” di via di Salone, che appare ordinato e, a parte qualche pozza d’acqua dovuta a un sospetto intasamento della rete fognaria, sembra anche pulito. Sollevata la questione, si scatena un putiferio. «Il campo è sempre sporco, loro stamattina hanno pulito» grida un rom indicando gli addetti comunali. Gli operatori rispondo che si è trattato di un intervento «straordinario periodicamente effettuato dal Dipartimento Politiche Sociali» Un bobcat e qualche “spazzino” si sono dati da fare. Tirando a lucido il villaggio, neanche fosse stato Disneyland. Mentre la vita, all’interno di questo campo, continua a scorrere tra isolamento, emarginazione, disoccupazione e problemi igienici.

Fabio Grilli