Roma, soccorre ciclista in fin di vita: licenziato dal posto di lavoro

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Viene licenziato dopo essersi allontanato dal posto di lavoro per soccorrere un ragazzo in fin di vita. Si chiama Massimo Cibelli, ha 25 anni, è il giovane che sabato 21 aprile ha soccorso il ciclista investito alla periferia di Roma, in via Calpurnio Fiamma, all'altezza di via Tuscolana, strappandolo dalle braccia della morte.

Lavorava “da 6 mesi in nero presso un chiosco vicino ad un McDonald's”, da anni un punto di ritrovo per i giovani della zona, quando davanti ai suoi occhi ha visto una Citroen grigia non fermarsi al rosso e tamponare ad alta velocità un suo coetaneo che rientrava a casa su di una bicicletta, trascinandolo per circa venti metri lungo la strada. “In quel momento c'erano moltissime persone intorno a me”, racconta all'ASCA, ma “nessuno è intervenuto. Allora mi sono fatto coraggio e sono andato ad aiutare Marco, il ciclista, che nel frattempo aveva perso conoscenza e riportava ferite gravissime. Oggi so che è ricoverato in ospedale con i polmoni perforati, il fegato distrutto dall'impatto e fratture multiple”. Massimo non si sbaglia, il ciclista in seguito all'incidente è stato immediatamente trasportato in codice rosso al San Giovanni, operato d'urgenza dai medici del primo soccorso e indotto a coma farmacologico. Per molti, oggi Massimo è un eroe, ma non per il responsabile del bar dove lavorava che l'indomani lo ha licenziato in tronco, dicendogli di non avere bisogno di gente come lui e liquidandolo con 1/3 del salario che gli spettava.

“Lavoravo in quel bar da quasi 30 giorni dopo 6 mesi di disoccupazione. Al momento dell'incidente sono stato fuori il locale per appena 40 minuti, fino all'arrivo dell'ambulanza e dei carabinieri”, giunti sul posto per svolgere i rilievi necessari. “Mi ero accorto che il mio responsabile, Pino, mi guardava con occhi minacciosi come a dirmi 'fatti gli affari tuoì, ma non potevo lasciare Marco in quelle condizioni, stava morendo”, spiega ancora Massimo. Che all'ASCA confida di lottare da due anni con “un cancro ai polmoni. Il mio responsabile – continua – lo sapeva, sapeva che sono stato malato, che sono stato sottoposto a chemioterapia, sapeva che ero stato disoccupato, che avevo l'affitto in scadenza e che mi ero allontanato solo per salvare la vita di quel ciclista”. Ma quando “i Carabinieri sono entrati nel locale per chiedere i miei documenti affinchè depositassi quanto sapevo sull'accaduto è andato su tutte le furie e tra noi è scoppiata una piccola bagarre. Mi ha rimproverato che essendomi intromesso per soccorrere quel ciclista le forze dell'ordine potevano scoprire che io lavorassi in nero per lui e fargli chiudere il locale”. Inoltre, prosegue il giovane, “in quel momento non pensavo potesse arrivare a licenziarmi. Eppure il giorno dopo, quando mi sono recato al bar, alle 15.00, mi ha detto che non aveva più bisogno di me, liquidandomi con 200 euro, quando ne avrei dovute prendere 600”.

Oggi, Massimo fa visita ogni giorno a Marco, che in queste ore – a quanto si apprende da fonti vicine al ragazzo – è in condizioni di salute stabili: “Ce l'ho nel cuore, peraltro quel giorno era l'anniversario della morte di un mio carissimo amico. Credo sia stato un segno del destino. Ma volevo denunciare il mio licenziamento. Quel Pino è il sintomo di un'Italia malata”. (asca)