SPORT METROPOLITANI – Il rischio per sentirsi vivi

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C’è chi “grinda” con lo skate sulle ringhiere delle scalinate pubbliche, chi fa parkour su muri e davanzali arrampicandosi a mani nude ad altezze siderali o chi decide di adibire a mini campi di calcetto le piazzette adiacenti ai grigi palazzi a schiera dei quartieri di periferia. Alcuni sono traceurs, altri skaters, oppure appassionati di bike trial e rollerblade estremo. Difficile catalogarli perché provenienti da culture diverse con una gamma eterogenea di filosofie e metodi d’allenamento. Ma con un obiettivo in comune: impossessarsi idealmente della metropoli tramite lo sport e il divertimento, anche a costo di mettere a repentaglio il proprio corpo e a volte la vita stessa.

Sono i seguaci degli sport metropolitani, nuove generazioni di atleti che spesso sotto l’influenza di tendenze provenienti da altri paesi praticano discipline al limite della legalità, tanto rischiose quanto affascinanti. Sì, seguaci. Perché alla base di queste pratiche nella maggior parte dei casi, anche quando non c’è una precisa scuola o tecnica di riferimento, esiste una dottrina, un’ideologia che travalica i confini dell’esercizio fisico, per diventare una vera e propria filosofia di vita. La stragrande maggioranze di queste comunità nascono quasi sempre in periferia, in quartieri popolari dove è più forte l’esigenza di un’alternativa sociale, dove i ragazzi troppo spesso finiscono per imboccare la strada sbagliata. Così a Tor Bella Monaca, a Ponte Mammolo, nelle borgate di Roma Nord che affogano nella pletora dell’imprenditoria edile più selvaggia, dove pullulano ecomostri e giganti di cemento, queste truppe armate di fantasia e di un pizzico di follia trovano sulle ruote o sotto la semplice spinta delle proprie braccia quella scintilla che serve ad emergere da situazioni difficili, fare amicizia e stringere legami inaspettatamente solidi. Fuori alla stazione della metro A di Cipro si assiste agli allenamenti di pattinaggio freestyle e skateboard estremo dei giovani di zona. Stupisce la solidarietà palpabile che li lega, quasi come appartenessero a una milizia, una specie di legione straniera dello sport. «Tra di noi non siamo in competizione – ci spiega Gianandrea, 19 anni, maglietta larga e ginocchiere – o meglio, la competizione c’è ma è di natura costruttiva. Se vedo un amico che grinda, cioè scivola sullo spigolo degli scalini, meglio di me o copre un percorso che io non riesco a completare, faccio di tutto per raggiungere quel livello e questo alla fine mi migliora. L’hand-rail invece (scorrimano delle scale) è una delle strutture più gettonate da slidare, cioè da percorrere in equilibrio, perché la voglia di fare skate è spesso collegata alla noia della città e nel voler evolvere, sfidando con la tavola strutture sempre più pericolose. Noi di solito ci alleniamo a Pietralata o a via di Porta Portese, dove ci sono svariate panchine o blocks gustose da saltare e “ollare”. Incidenti? Nessuno grave finora. Questo perché mi alleno molto e perché, a differenza di alcuni, ho sempre una certa dose di paura positiva».

Altra trasposizione urbana è quella dello street soccer, molto praticato nel quartiere San Basilio. Qui a sfidarsi sono squadre di due o tre giocatori che non utilizzano le attrezzature del calcio regolare ma usano come campo parcheggi a forma di “gabbia” che permettono di giocare di sponda, per battaglie dai ritmi serrati della durata di 15 minuti. Le porte sono minuscole e più del gol sembra sia importante dare spettacolo con giocate e dribbling a effetto. Queste qualità semplificate lo hanno reso uno degli sport più popolari e diffusi in tutto il mondo, dove viene praticato addirittura sui terrazzi dei palazzi, anche se da noi, catalizzando un grossa varietà di associazioni calcistiche, sta assumendo una connotazione a volte poco spontanea e troppo commerciale, a detta degli stessi praticanti.

Marco Di Tommaso