Truffa tecnologica

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Acquistavano prodotti tecnologici da vari Paesi dell'Est Europa attraverso una miriade di società fittizie, gestite da prestanome, per far assumere a queste ultime l'integrale debito d'imposta, mai pagato, e far maturare invece alle imprese realmente destinatarie della merce un consistente credito d'Iva. In questo modo potevano chiedere i relativi rimborsi ma soprattutto praticare prezzi di mercato estremamente convenienti, praticamente improponibili dagli altri competitors. Questo lo stratagemma messo a punto da sei persone facenti parte, a vario titolo, di un’azienda leader a livello nazionale nella vendita al dettaglio di elettronica di consumo con sede legale a Fiano Romano.

Sono stati i finanzieri della compagnia di Fiumicino, al termine di un’indagine diretta e coordinata dal magistrati del pool “reati contro l’economia” della procura della Repubblica di Roma, a smascherare la maxi frode fiscale consistente nell’emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti per oltre 133 milioni di euro e 92 milioni di euro di Iva evasa sugli oltre 200 milioni di euro di materia imponibile accertati. L’operazione denominata “Giove” era partita all’inizio del 2011, quando i militari del comando provinciale di Roma si erano imbattuti in una grossa partita di prodotti elettronici depositata presso Commercity e avevano scoperto che proprio a Fiumicino era stata creata artatamente una società “cartiera”. Dai controlli sul territorio e da quelli di natura fiscale le fiamme gialle sono riuscite a risalire l’intera filiera distributiva, ricostruendo l’intera galassia delle società fittizie (più di cento) e la complessa architettura d'impresa.

Attraverso l’esame della documentazione acquisita nel corso delle indagini e la consultazione delle varie banche dati è stato possibile circoscrivere la platea di soggetti economici entrati in contatto a vario titolo con le società “cartiere” interposte nei traffici di merce, nonché ricavare dati e notizie relativi alla composizione delle compagini sociali, alla dislocazione delle sedi societarie, ai rapporti con soggetti intra/extra comunitari, all’assolvimento degli obblighi tributari e alla ricostruzione “a monte” e “a valle” dei flussi di merce, sia fittizi che reali. Sulla base degli elementi raccolti il gip del tribunale di Roma ha emanato provvedimenti restrittivi nei confronti di due fratelli, vere e proprie “menti” del sodalizio, e di altri quattro componenti del gruppo, prestanome di professione, due dei quali ancora latitanti, per i reati di associazione a delinquere e frode fiscale. Altre 63 persone fra amministratori di fatto e di diritto delle società coinvolte sono state invece denunciate all’autorità giudiziaria. Contemporaneamente è scattato il sequestro preventivo di beni mobili e immobili – conti correnti, titoli e preziosi – per un controvalore di 9 milioni di euro, che servirà a cautelare lo Stato per il credito relativo alle imposte evase, alle pene pecuniarie e agli interessi.

Diego Cappelli