SAN CAMILLO, «SOMMERSI DAI PAZIENTI IN BARELLA»

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«La cosa che mi manca di più è il rapporto con il paziente e i suoi familiari. Un aspetto indispensabile del mio lavoro che spesso sono costretto a sacrificare per sopperire ad altre mancanze». Giulio, medico dal 2008 al pronto soccorso dell'ospedale San Camillo, lavora nel dipartimento (Dea) di secondo livello che assicura funzioni di più alta qualificazione legate all’emergenza, tra cui la neurochirurgia, la cardiochirurgia, la terapia intensiva neonatale, la chirurgia toracica e la chirurgia vascolare.

«Mi barcameno tra stanze e corridoi dove stazionano malati in barella, costretti a rimanere in pronto soccorso invece di andare in reparto» racconta il medico, denunciando i danni che i tagli alla sanità stanno provocando al servizio. Come i suoi colleghi dell'unità operativa complessa dove presta servizio, Giulio deve fare i conti quotidianamente con sovraffollamento, mancanza di personale e di materiale. La causa è la riduzione di 350 posti letto operata dalla Regione Lazio «a scapito della qualità delle prestazione sanitarie» contro la quale i medici hanno deciso di opporsi occupando «virtualmente» il pronto soccorso. «Siamo troppo pochi in servizio» continua Giulio. «Qui arrivano una media di 30 pazienti al giorno, ma noi medici non bastiamo. Il blocco delle assunzioni ci costringe a lavorare sempre in una condizione di emergenza». «Mancano spesso i medicinali, anche gli antibiotici più semplici, ma necessari. Poi sono sempre limitate le garze, le siringhe, anche i guanti e le mascherine».

La politica del risparmio intrapresa per salvare la sanità pubblica colpisce i beni primari e ammette sprechi nei servizi secondari. «Un pranzo costa all'ospedale il 30 percento in più di qualche anno fa, mentre la qualità è restata la stessa. Allora mi chiedo perché non fare degli appalti più ragionati che non aggravino la situazione delle casse già disperata?». Inoltre la parte burocratica del suo lavoro è diventata troppo preponderante a scapito della cura dei pazienti. «Ad ogni accettazione devo compilare decine e decine di "scartoffie" che impoveriscono la qualità del tempo dedicato alla professione». Giulio e i suoi colleghi continuano lo stato di agitazione al pronto soccorso «finchè non sarà rispettato il protocollo d'intesa siglato con la direzione generale dell'ospedale e la Regione non assicurerà il livello minimo di posti letto e la stabilizzazione dei precari».

Elena Amadori

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