Licenziato per aver soccorso ciclista in fin di vita. Il titolare ora si difende: era negligente

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Ricordate la storia di Massimo Cibelli, il 25enne che era stato licenziato perché si era allontanato dal posto di lavoro per soccorrere un ciclista investito e in fin di vita? Un caso che aveva destato molto clamore e sul quale adesso ha deciso di fornire la propria versione dei fatti l’ex datore di lavoro del giovane, Giuseppe Bracaloni, detto Pino, titolare del bar Casina Tusculum di via Calpurnio Fiamma. Noi, per correttezza e per dovere di cronaca, abbiamo ritenuto giusto riportare anche il suo punto di vista.

Dopo il tam-tam della notizia sul suo licenziamento, ripresa in pochi giorni dalle cronache romane dei maggiori quotidiani, l’uomo ha deciso di difendersi chiedendo un contraddittorio e replicando ad ogni accusa: «L'ho licenziato perchè lo meritava» ed «è vero, lavorava in nero per il mio chiosco, ma solo perchè aspettavo che mi portasse la documentazione necessaria per contrattualizzarlo».

Massimo, ha spiegato il signor Pino all'agenzia Asca, «si era assentato per ben due domeniche consecutive in poco meno di due settimane di lavoro, inviandomi degli sms». «E per me – si è lamentato – la domenica è il giorno in cui ho più bisogno di un aiuto. Quindi lo avevo avvertito di essere più puntuale in futuro altrimenti avrei interrotto il rapporto».

Il giovane aveva denunciato di aver lavorato «in nero» presso il «chiosco di via Calpurnio Fiamma» e di essere stato licenziato dopo un accertamento dei «carabinieri» in seguito al tragico incidente: «Quando sono entrati nel locale per chiedere i miei documenti affinché potessi effettuare una deposizione testimoniale su quanto avevo visto, il mio responsabile, Pino, è andato su tutte le furie. Mi ha rimproverato che essendomi intromesso per soccorrere quel ciclista le forze dell'ordine potevano scoprire che io lavorassi in nero per lui e fargli chiudere il locale. In quel momento – aveva quindi precisato Massimo – non pensavo potesse arrivare a licenziarmi. Eppure il giorno dopo, quando mi sono recato al bar, alle 15.00, mi ha detto che non aveva più bisogno di me».

Ma il titolare del bar Casina Tusculum, ha raccontato un’altra storia all’Asca: «Non è assolutamente vero, innanzitutto i carabinieri non sono mai giunti sul posto, ma era presente solo la polizia municipale, che è entrata nel mio bar» per gli accertamenti necessari e la bagarre con Massimo «è esplosa poiché stava riferendo male sull'accaduto. Non poteva aver visto nulla, entrambi abbiamo sentito solo il colpo». Riguardo all'assenza di un contratto di assunzione il responsabile non ha smentito i fatti: «È vero – ha ammesso – aspettavo che mi portasse la sua documentazione per stipulare un accordo regolare. Altrimenti come avrei potuto fare: sapevo solo come si chiamava, non aveva nemmeno una residenza certa. Era lui che prendeva tempo. Perché nel frattempo lo facevo lavorare? Mi aveva detto di avere dei problemi e mi faceva pena».

Pino ha precisato che il racconto che Massimo aveva fornito di quel giorno «è solo parzialmente vero. Chiamammo l'ambulanza insieme, lui mandò a quel paese l'operatrice alla quale comunicai io le condizioni del ciclista e indicai il luogo» per far giungere i soccorsi. E il cancro ai polmoni? «Non ne sapevo nulla. Lui ha affermato che il responsabile ne era a conoscenza. Ma il responsabile sono io e Massimo ne aveva parlato solo con il suo collega di vent'anni» che ancora oggi lavora nel popolare chiosco nei pressi del Mc Donald's. Della sua malattia sono venuto a conoscenza tramite i giornali».

Il Signor Bracaloni ha concluso denunciando di aver ricevuto moltissime minacce, in particolare il giorno dopo la pubblicazione dell'articolo: «L'indomani, il 26 aprile, circa cento ciclisti» si sono riversati in strada di fronte al mio locale gridandomi “vergogna” e tentando di intimorirmi. Io li ho accolti e mostrato le mie ragioni. Molti di loro hanno poi capito come erano andate le cose».