Parrocchie 2.0, il richiamo della fede

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Arte, intrattenimento, ma anche intuizioni moderne e linguaggi immediati. Se da un lato l’identità cattolica di Roma, cuore pulsante della cristianità e grembo materno per l’enclave della Città del Vaticano, sembra minacciata da modelli sempre più laici ed utilitaristici, scopriamo però a sorpresa che le attività della diocesi capitolina atte ad avvicinare il pubblico alla fede, compongono un paesaggio tutt’altro che desolato.

Gli sforzi messi in campo nelle singole fattispecie, infatti, sono molto lontane da quello che superficialmente si potrebbe considerare un mettere insieme i cocci di un esercito allo sfacelo e le varie organizzazioni religiose, decodificando al meglio le istanze del nuovo secolo, riescono a far breccia il più delle volte su un pubblico giovane. Così presso la parrocchia San Giovanni Battista De Rossi, per esempio, nei pressi di via Latina, il richiamo della chiesa passa anche attraverso una programmazione teatrale atipica, portata in scena da nuove compagnie che propongono in chiave comica temi sobri e di eterna attualità come il tradimento e l’omosessualità, con elementi trasposti dal cabaret e dalla commedia brillante.

Altrove, come a San Giovanni Bosco, si presta un’attenzione squisitamente contemporanea all’arricchimento dell’eucarestia domenicale con libretti per la messa (quelli coi versetti della Bibbia) personalizzabili, che diventano rubriche da portare a casa, proprio con l’intento di indurre ad una maggiore partecipazione l’assemblea dei fedeli. Presso la parrocchia Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, invece, lo spirito comunitario è alimentato tramite il sentirsi utili ed i ragazzi vengono suddivisi in gruppi organizzati impegnati in attività di volontariato presso la Caritas Diocesana di via Marsala, nei pressi della Stazione Termini. "Lo scorso anno vi ho prestato servizio per tutto il mese di Luglio” ci spiega Valentina, studentessa e frequentatrice della parrocchia. “Davo una mano in cucina e alla mensa, dove si distribuiva cibo ai disagiati. L’attività è rivolta soprattutto ai senza fissa dimora, ma anche ad immigrati ed anziani. E’ un’esperienza che ti apre la mente: aiutare chi è più sfortunato di te è appagante, ti fa capire il vero valore delle cose e, sotto certi aspetti, ti avvicina alla fede o comunque ad un certo modo di pensare. Con gli altri ragazzi poi – conclude – si faceva gruppo ed è stato anche un modo per socializzare.”

Sempre valido poi il tentativo di alcune parrocchie, come quella di Sant’Ippolito, di rafforzare l’identità cattolica con laboratori dedicati all’approfondimento delle delicate situazioni africane. “Abbiamo stabilito un gemellaggio con la parrocchia di San Giovanni Battista a Kirie, in Kenya – spiega Giorgio, volontario membro della comunità – per la realizzazione di una scuola elementare cattolica. L’intento è quello di creare anche lì un ambiente fertile per la vocazione religiosa e condividere coi fratelli lontani le nostre esperienze umane e spirituali”. Parrocchie come luogo di scambio insomma (si pensi alla loro funzione di punto di incontro tra domanda ed offerta di badanti e baby sitter), crocevia di vite ed esperienze in un continuo processo di formazione ed ascolto.

Senza dimenticare, infine, la funzione di controllo sociale, lì dove l’oratorio si sostituisce alle istituzioni. In questo senso una delle ultime direttive pontificie è stata chiara: occuparsi dei bambini dai 12 ai 36 mesi, proprio perché il modo migliore per indurre le persone a partecipare (i genitori) è fargli capire che ti occupi di loro. Per questo molte strutture come San Gaspare del Bufalo o San Giuda Taddeo si stanno attivando per predisporre il cosiddetto oratorio dei piccoli, sulla base di schede che la diocesi di Roma sta improntando e mettendo a disposizione di chiunque. Qui sono gli stessi genitori che si consociano in forma cooperativistica, dandosi regole e assumendo altri soci in qualità di operatori e utilizzando i locali della parrocchia per svolgere il servizio al meglio.