Bamboccioni a chi?

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Era il 2009 quando la docente di Sociologia, alla vigilia della tesi di laurea, durante i corsi alimentava le nostre speranze ripetendoci – voi sarete la nuova classe dirigente! – eppure sembra passata un’eternità: le cose non sono andate proprio così…». Boris, 31 anni, una laurea in Scienze della Comunicazione, ancora alla ricerca di un lavoro sicuro come milioni di altri ragazzi precari che ogni giorno si danno da fare anziché fissare la laurea appesa sopra la scrivania come fosse un monolite senz’anima, un feticcio simbolo di un sogno svanito.

«Appena uscito dall’università ero così galvanizzato – racconta – ma se il vice ministro del lavoro mi avesse detto prima che sarei stato uno “sfigato” non avrei perso tempo con collaborazioni e progetti per fare curriculum, avrei lasciato il lavoro come imbianchino che ho svolto per pagarmi le rette universitarie e avrei ignorato i sei mesi all’estero in Erasmus! Oggi, a 3 anni dalla laurea vivo da solo perché fortunatamente ho una casa di famiglia e resto a galla con le 570 euro al mese che guadagno part time in un call center. L’ultima proroga al contratto con l’agenzia interinale scade il 30 settembre ma non mi do per vinto e passo intere giornate su internet a rispondere ad annunci di lavoro senza riscontri, tranne in caso di corsi e collaborazioni gratuite che per noi laureati in comunicazione ormai sono la regola. A questo punto il dubbio si insinua – prosegue – tornassi indietro proseguirei la mia scelta di sedicenne di fare l’elettricista? All’epoca mi ero ritirato dalle scuole superiori per essere indipendente, prima che i miei genitori mi convincessero a riprendere gli studi, poveretti…».

Giovani precari tra i 25 ed i 33 anni, fuori di casa per miracolo e forse anche per poco. C’è chi li chiama bamboccioni, chi invece li ribattezza sfigati, per alcuni sono addirittura entrambe le cose. Ma un dato è certo: loro non si arrendono mai. Come Cinzia, 28 anni, siciliana, ex studentessa fuori sede di Progettazione delle Scenografie. «Ormai sono laureata da un anno – ci spiega – ma il futuro ancora non si è delineato. Da Avola, in provincia di Siracusa, sono arrivata qui nove anni fa, e da allora per pagarmi l’affitto e gli studi lavoro come cameriera presso un locale in zona Prati, parallelamente ad alcune collaborazioni che porto avanti con piccole produzioni teatrali e televisive. Stare in piedi tutto il giorno e allo stesso tempo studiare e seguire i corsi non è stato facile, ma ce l’ho fatta e questo mi rende fiera». Anche Cinzia però, esattamente come migliaia di ragazzi di questa generazione, non esclude la possibilità di riciclarsi nel caso l’opportunità non dovesse presentarsi, senza incassare il colpo come una sconfitta professionale. «Trovare progetti seri in questo primo anno è sembrato davvero un miraggio – prosegue – e il lavoro da cameriera, anche se non fa curriculum, a oggi è la mia unica ancora di salvataggio. Così, pur non volendo neanche pensare a un sogno svanito, sto pianificando anche un futuro nella ristorazione: perché il lavoro se onesto ha sempre la L maiuscola!».

Altre scelte, ma pari dignità. Come per Manuela, 30 anni, potentina, mamma di una bimba di appena un anno, che ha deciso di non farsi intimorire dagli eventi per andare dritta verso la sua vocazione. «Sono laureata in lettere – dice – ma faccio parte di quel novero di ragazzi che poi hanno fatto altro: call center, help desk e, da due mesi, recupero crediti. Vivo in un mini appartamento che ho ereditato e il mio compagno è assunto in una società privata che nemmeno puoi stare troppo tranquilla. La nostra scelta di vita però l’abbiamo fatta lo stesso: abbiamo voluto la piccola Emma a tutti i costi e faremo l’impossibile per garantirle un futuro. E’ vero – si congeda – il lavoro non offre garanzie, ma vado a testa alta perché il mio sogno malgrado tutto l’ho già realizzato».

Marco Di Tommaso

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