«Vogliamo la verità su Davide Cervia»

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Ventidue anni per non dimenticare e conoscere che fine ha fatto Davide Cervia. Una domanda che la moglie, Marisa, e i due figli, Daniele ed Erika, si pongono da oltre due decenni, senza ricevere risposta alcuna. Questa la storia. Davide, esperto in guerre elettroniche e già al servizio della Marina Militare sparì misteriosamente il 12 settembre del 1990 forse “caricato” da “qualcuno” davanti la sua casa a Velletri.

Nonostante segnalazioni, testimonianze e indagini per otto anni la Procura del Tribunale di Velletri non parla mai di rapimento. Una realtà che manda su tutte le furie la famiglia Cervia, convinta sin dal primo momento che Davide fosse scomparso per volontà altrui. Tra le ipotesi anche la rinomata “pista libica”: in pratica Davide sarebbe stato letteralmente “venduto” allo stato africano a sostegno di armamenti in una sorta di traffico d’armi transnazionale. Una ricostruzione, suffragata dalle parole di Erika: «Nel 1996 il sottosegretario agli esteri italiano Serri, convocò mia madre insieme ad una delegazione del Comitato per la verità su Davide Cervia, per annunciare che nel febbraio 1997 avrebbe avviato un'eventuale trattativa con i vertici libici per un possibile rilascio di mio padre. Il sottosegretario – confida Erika – aggiunse che qualora mio padre avesse fatto ritorno a casa, mia madre avrebbe dovuto firmare una liberatoria dove si impegnava a non parlare del rapimento. Purtroppo passò il tempo, ma Serri non si fece più vivo, forse andò storto qualcosa».

Da quell’anno di Davide non si seppe più nulla. Nel 1998 a livello giudiziario si arrivò ad una prima svolta: dopo mesi e mesi di tenace resistenza da parte della famiglia, la Corte di Appello di Roma, che aveva avocato il procedimento per inerzia della Procura del Tribunale di Velletri, accertò che Cervia venne rapito configurando il delitto di “sequestro di persona”, che, secondo il Sismi fu opera di “società verosimilmente straniera per interessi commerciali-militari legati alla competenza professionale” di Davide.

Da lì le istituzioni misero il silenziatore, fino al 2011 quando Erika, Daniele e mamma Marisa inviarono un lettera- appello al presidente Napolitano: dal Quirinale rispose l’allora direttore dell’ufficio per gli affari dell’amministrazione della giustizia D’Ambrosio, che non intaccò però il muro di omissis politico-istituzionale sulla vicenda, confermando in fondo quello che già si sapeva: «Lo Stato, in altre parole, si è tirato indietro ancora una volta», tuonano oggi i familiari di Cervi, che hanno deciso di chiedere il risarcimento danni al Ministero della Difesa e della Giustizia, “per la violazione di ciò che può definirsi il diritto alla verità – sibila Erika -. Violazione dovuta ad una serie di violazioni e omissioni da parte dello Stato, che hanno impedito l’accertamento dei fatti delittuosi legati a Davide e dei loro responsabili”. In Casa Cervia la speranza è l’ultima a morire: Daniele, Erika e Marisa sono pronti a combattere ancora. La nuova tappa verso la verità è il 7 dicembre per l’udienza al Tribunale civile di Roma.

Marco Montini

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