Sognando una casa: occupare per abitare

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C’è l’immigrato di prima, seconda e terza generazione, proveniente da ogni dove, c’è l’operaio, c’è la famiglia monoreddito italiana, c’è la ragazza madre, e ci sono persino il taxista e lo studente basco in Erasmus. C’è tutto un mondo in un edificio occupato, ancor più dall’inizio della crisi ad oggi.

L’emergenza abitativa è una miccia pronta ad esplodere. Mentre si moltiplicano i picchetti anti-sfratto dei comitati di lotta per la casa e proliferano le occupazioni, anche spontanee e di palazzi privati, proprio oggi è prevista una mobilitazione generale a Montecitorio durante la discussione in Parlamento di una mozione per il blocco degli sfratti.

Già, perché sono gli sfratti (6686 a Roma nel 2011, oltre l’80% per morosità) il problema, è da lì che inizia quasi sempre la vita dell’occupante. All’inizio si fa di necessità virtù, poi arriva l’adrenalina nell’assaltare un edificio abbandonato assieme ad altre centinaia di persone, arriva l’ansia, arrivano le notti insonni, in guardia contro gli sgomberi. Arrivano i normali disagi dei primi tempi, i problemi con gli impianti o le dormite comunitarie a terra. Arriva tutto questo a cementare lo spirito comunitario tipico delle occupazioni, a far diventare la necessità personale una lotta condivisa. E quello spirito resiste, anche quando le acque si sono calmate e non c’è più il terrore degli sgomberi, anche quando gli spazi sono distribuiti e ognuno puo’ pensare ad arredare i suoi, a dormire su letti normali, o a farsi il bagno in proprio per non usare quelli comuni.
 

Emergenza casa, in un anno a Roma emessi 4678 sfratti
 

Franco, 64 anni, portiere nella ex scuola di via Castrense occupata nel 2003 è giunto lì dopo aver dormito per mesi nel parco di Villa Gordiani in seguito a uno sfratto: ‹‹All’inizio era dura: si dormiva poco per i picchetti, la mia stanza era vuota, ma ora questa è la mia casa. E’ una vera e propria comunità, ci aiutiamo l’uno con l’altro. Quando devo andare in ospedale trovo sempre qualcuno che mi dà un passaggio››. Anche per Marisa, cacciata di casa dal padre di sua figlia, l’inizio non è stato facile: ‹‹Avevo molta paura, non conoscevo questi ambienti, ora mi sono accorta che è davvero una grande famiglia››.

Paolo Armillotta di Action ricorda invece il tentativo di sgombero del 2004: ‹‹Vennero con gli elicotteri e 400 celerini, ma ci facemmo trovare in 1000, con tanti bambini, e furono costretti a desistere››. Perché i vari comitati a volte litigano tra loro, ma sanno essere terribilmente uniti quando si tratta di evitare sgomberi. Action, Coc, Coordinamento Cittadino, Bpm, comitati che ormai fungono da veri e propri centri di assistenza abitativa: ‹‹Ci sostituiamo al Comune, invece di dare case indichiamo occupazioni. E sono sempre di più gli italiani che vengono ai nostri sportelli››, spiega Paolo Armillotta.

A parte le tantissime occupazioni a macchia di leopardo, sono una ventina i grandi edifici occupati per emergenza abitativa in tutta Roma: dallo stabile vicino Termini occupato da Casapound al palazzo dell’Inpdap in Corso Italia; dalla ex caserma in via del Porto Fluviale (municipio XI) a via delle Sette Chiese (Garbatella); da via Castrense al Metropoliz, Prenestina, dove coabitano anche dei rom. E a volte la parabola dell’occupante si chiude con una casa vera, con un alloggio popolare. E’ il caso di Amr, che dopo 11 anni di occupazioni ha avuto casa nel 2009: ‹‹Avere un alloggio dopo aver vissuto in luoghi abbandonati e nonostante tutto averli sempre chiamati casa è bellissimo. Eppure ricordo che la sensazione più strana di quando ho avuto casa è stata la solitudine che ne è conseguita››.

Amr, come molti altri, ha preso casa grazie alla delibera 206 del 2007 con cui Veltroni riconosceva alcune occupazioni cosiddette storiche, ai cui occupanti sarebbe spettato, bypassando le graduatorie, il 25% dei nuovi alloggi popolari. Anche quella fu solo una vittoria di Pirro, secondo Paolo Armillotta, che grazie alla 206 ora ha casa a Rocca Cencia: ‹‹Non si fanno politiche abitative, i bandi per le case popolari sono fermi al 2009, quindi di case non se ne danno. E mentre il Comune spende 33 milioni all’anno per i residence, Roma conta 250mila case sfitte e oltre 40mila invendute››.

Davide Lombardi