La sanità che non conosce confini

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Pochi metri sotto il binario uno della stazione Termini, nei locali di via Marsala concessi in comodato d’uso da Fs alla Caritas: è lì che si dirige per ricevere cure “l’esercito degli ultimi” che popola la capitale.

Dal 2007 al 2011 lo storico poliambulatorio per migranti conta 8281 nuovi pazienti, con una media di 4,5 al giorno. Si tratta quasi sempre di patologie ‹‹legate alle precarie condizioni di vita qui in Italia››, spiega Salvatore Geraci, responsabile dell’ambulatorio e dell’area sanitaria Caritas di Roma. Vanno per la maggiore le malattie dermatologiche, all’apparato respiratorio e a quello digerente.

La comunità che prevale di gran lunga è quella dei romeni (1972 nuovi pazienti): loro, essendo comunitari, negli ospedali pubblici devono pagare l’intero ticket indipendentemente dalle condizioni di indigenza in cui spesso versano. A seguire c’è la comunità cinese (797), la cui domanda è in grande crescita: ‹‹Lo Stato non riesce a garantire l’intervento sui cinesi, ci sono enormi difficoltà di mediazione, per questo in molti si rivolgono a noi››, continua Geraci. Poi bengalesi, afgani, e anche 301 italiani. Sugli oltre 8000 nuovi pazienti degli ultimi 5 anni c’è un consistente 72% di disoccupati e, per quanto riguarda lo status giuridico, il 42% sono senza permesso di soggiorno. All’appello nell’ambulatorio di via Marsala mancano i rom: dopo un periodo di apparente apertura, oggi sono in pochissimi ad andarci ‹‹anche a causa delle politiche aggressive nei loro confronti››, spiega Geraci.

Gli ostacoli fra l’immigrato e le cure sono di tutti i tipi: economici, organizzativi, culturali, linguistici, normativi. E a volte politici: basti pensare al diktat dell’ex ministro Maroni che chiedeva ai medici di denunciare i clandestini. Geraci ricorda quel periodo: ‹‹Ci fu un calo enorme del flusso nelle strutture pubbliche, ma anche nelle nostre, e soprattutto dei senza permesso di soggiorno››.

Quando è nato l’ambulatorio, nel 1983, il fenomeno immigrazione era marginale e sconosciuto ai più, e agli immigrati non era riconosciuto alcun diritto all’assistenza sanitaria. Negli anni ’90, poi, il boom. E proprio negli uffici di via Marsala 103 nasce (siamo nel 1995, governo Dini) la Stp, tessera personale che certifica lo status di “straniero temporaneamente presente” e che garantisce le cure a chi non ha permesso di soggiorno. Oggi ci sono molti più immigrati, ma anche molte più garanzie: ‹‹Prima eravamo l’unico servizio, ora non è più così, abbiamo diversificato il lavoro, lavoriamo in rete con altri soggetti, facciamo formazione – spiega Geraci – E riusciamo a soddisfare più bisogni: interveniamo laddove il pubblico non riesce, si pensi ai cinesi e ai rom, o all’odontoiatria››. Nell’ambito di questa diversificazione c’è il progetto “Ferite invisibili”, avviato nel 2005 sempre in via Marsala, e dedicato alla riabilitazione fisica e psichica di persone vittime di violenze o torture.

Vengono da un paese in guerra o da una feroce dittatura, sono perlopiù africani: fino al 2010 l’Afghanistan ha fatto la parte del leone superando Guinea, Nigeria ed Eritrea, ma nel 2011 gli ivoriani hanno sorpassato gli afgani. 183 i pazienti presi in carico in 7 anni di progetto, per un totale di 2259 colloqui terapeutici. E storie come quella di M., che ha 16 anni e viene dall’Africa subsahariana: andava a scuola, conduceva una vita normale e “felice” nel suo paese, ma un giorno i militari l’hanno catturata pensando avesse informazioni utili. L’hanno portata in prigione, violentata, picchiata, minacciata con la pistola per giorni e giorni prima che alcune guardie la facessero fuggire. Oggi è in Italia, ma non è ancora riuscita a lasciarsi alle spalle quel terrore. Incubi, ansia, paura di tutto e di tutti: ‹‹Non capisco cosa mi stia succedendo, questa non è più la mia vita, non è più una vita››.

Davide Lombardi