Blitz alla Romanina: espugnata la “roccaforte” del clan Casamonica

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Non era una semplice casa, ma una roccaforte inespugnabile, dalla quale gestivano la loro attività di spaccio di cocaina. Una vera e propria centrale dello smercio, l’abitazione-bunker di via Francesco Di Benedetto, quartiere Romanina, dove da diversi anni quattro sorelle del clan Casamonica portavano avanti i loro affari illeciti con la massima sicurezza, pensando di essere al riparo da occhi indiscreti e soprattutto dalla lente d’ingrandimento delle forze dell’ordine.

Il nome dell’indagine, “Alcatraz”, prende spunto dalle misure di protezione della “fortezza”, dotata di inferriate massicce sia davanti alla porta d’ingresso che alle finestre del primo e del secondo piano: anche per questo ci sono voluti due anni di appostamenti, controlli e pedinamenti giornalieri e notturni per chiudere il cerchio sulle responsabili, tutte donne tra i 45 e i 50 anni, e per fare luce sull’organizzazione del “lavoro”.

Lo spaccio aveva inizio nel primo pomeriggio e proseguiva fino a tarda notte: i familiari delle pusher, che avevano un ruolo più “defilato”, effettuavano dei veri e propri pattugliamenti lungo le vie limitrofe all’abitazione per verificare la presenza di carabinieri o polizia mentre la cessione dello stupefacente veniva effettuata con modalità predefinite note a tutti i clienti.

Gli acquirenti giungevano a bordo della loro autovettura davanti all’abitazione dei Casamonica e, dopo essersi accostati sulla strada, suonavano al citofono e attendevano fuori dal portone d’ingresso: una delle sorelle, dopo aver verificato chi aveva suonato al citofono, apriva il portone di accesso al loggiato esterno e si faceva consegnare il denaro che passava a un’altra donna all’interno dell’abitazione mentre una terza complice prendeva lo stupefacente, normalmente nascosto all’interno degli indumenti intimi, e lo consegnava alla spacciatrice alla porta, che lo passava poi all’acquirente.

Nel corso delle indagini alcuni clienti, dopo essere stati fermati dai carabinieri, avvisavano le donne del clan fornendo loro sia i modelli sia le targhe delle auto “civetta”. Ma sono state proprio le dosi sequestrate ai tossicodipendenti della Romanina a far scattare l’indagine dei carabinieri del nucleo operativo Roma Centro a far partire le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del tribunale di Roma Pier Luigi Balestrieri. Da ieri due delle pusher sono agli arresti domiciliari, mentre le altre due donne sono state sottoposte all’obbligo di presentazione in caserma.