I veleni del fiume Sacco nel sangue dei residenti

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Danni biologici per la Valle del Sacco. La recente pubblicazione da parte del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione Lazio (Dep) del rapporto “Sorveglianza sanitaria ed epidemiologica della popolazione residente in prossimità del fiume Sacco” fa riesplodere la questione.

Nello specifico è Retuvasa (la Rete per la tutela della Valle del Sacco) a sottolineare i pericoli sulla contaminazione da betaesaclorocicloesano (Beta-Hch) in seguito a un’analisi condotta su un campione di 502 soggetti.

Da un estratto dei risultati si evince che è venuta a galla un’indicazione di valori Beta-Hch «più elevati per coloro che risiedono in prossimità (entro un chilometro) del fiume Sacco, con valori più che doppi rispetto alle altre aree», mentre «per le diossine si è osservato nelle aree di Colleferro (sia entro un chilometro dagli impianti sia nel resto del comune ad 1 chilometro dal fiume) un livello superiore a quanto riscontrato nelle altre zone e osservato in studi di letteratura».

Retuvasa rimarca come «le conclusioni del rapporto confermino che le sostanze prodotte dall’interramento dei fusti tossici nel comprensorio industriale di Colleferro hanno determinato una “acquisizione biologica del Beta-Hch”, in quanto il campione esaminato è abbastanza significativo».

La Rete per la Tutela della Valle del Sacco, nel chiedere un Consiglio comunale aperto per comunicare i risultati dell’indagine all’intera popolazione, sottolinea l’opportunità di «implementare analisi aggiuntive su diossine, Ipa e Pcb al fine di verificare l’impatto sanitario per la presenza di impianti di incenerimento rifiuti e discariche senza dimenticare le possibili ricadute del recente incendio all’impianto di preselezione di cdr in località Castellaccio a Paliano».

Tiziano Pompili