Il Ramadan nella moschea della capitale

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Si avvicina il tramonto e la moschea di Roma inizia a popolarsi per la preghiera. È la penultima della giornata, quella del maghreb (il tramonto appunto), che coincide anche con la rottura del digiuno del Ramadan. Centinaia di fedeli si radunano per interrompere insieme quell'astensione dal cibo che caratterizza il mese più sacro per i seguaci dell'Islam: famiglie, anziani e giovani compiono il rito sacro rivolgendosi ad Allah, per poi spostarsi tutti insieme nell'area adiacente il piazzale principale, dove trascorrono qualche ora a consumare insieme l'unico pasto della giornata a base di cous cous e verdure.

Tutte le sere, per circa trenta giorni all'anno, è questo il rito che si celebra in una delle comunità islamiche più grandi d'Italia: è il Ramadan, il nono mese del calendario islamico, quello dedicato all'espiazione e al digiuno, seguito rigorosamente da migliaia di fedeli sparsi nella capitale, ma riuniti tutti sono lo stesso tetto con la mezza luna. Niente acqua né cibo dalla mattina al tramonto: un modo per avvicinarsi alla fede soffrendo le privazioni dei poveri, ai quali ogni fedele versa, alla fine del mese sacro, la “zakat”, una somma in denaro che possa aiutarlo a ledere in parte le proprie sofferenze.

Ma il mese sacro a Roma porta con sé anche tante storie. Fuori dalla moschea ci sono infatti i venditori ambulanti, che distribuiscono prodotti tipici del mondo arabo. Dai tessuti alle bevande, passando per il cibo importato dall'oriente, su viale della Moschea si posizionano ogni sera una decina di bancarelle. Sui banchi c'è veramente di tutto, anche se, come impone lo stesso Ramadan, le vendite di generi alimentari nel mese del digiuno sono assai ridotte. «Vendiamo i nostri prodotti ai fratelli che come noi sono lontani da casa», racconta Adel, un signore egiziano che si è addirittura attrezzato con gruppo elettrogeno e parabola per non perdere neanche un minuto delle preghiere trasmesse sui canali satellitari arabi.

La sua bancarella è ornata da alcune bandiere dei principali paesi arabi e davanti ad essa ha posizionato un tavolino. Tra gli astanti c'è Tariq, al chiediamo di spiegarci i motivi che spingono ad accettare il digiuno: «Lo facciamo perché lo richiede la nostra religione come cammino di avvicinamento alla fede. Certo, qualcuno ci guarda come fossimo degli alieni, ma quando gli spieghiamo che è una nostra libera scelta e che nessuno ce lo ha imposto, cambiano espressione e ci ammirano ». Già, perché la maggior parte dei fedeli che frequentano la moschea è inserita nel contesto sociale romano e tutti i giorni si confronta con colleghi e amici italiani, che molto spesso bollano come incomprensibile una pratica di questo genere.

Eppure, guardando con quanto rispetto si recano in moschea e con quale misurata gioia si apprestano a consumare insieme quel piatto preparato poco prima dagli impiegati del luogo di culto, c'è davvero da credere alle loro parole. Tra questi c'è anche Lubna, una ragazza di vent'anni, nata a Casablanca e trasferitasi a Roma con la sua famiglia all'età di cinque anni. Fa la parrucchiera, esce con gli amici, ma pratica anche l'Islam e quindi il Ramadan. «Ho iniziato a undici anni – ci racconta – perché, per noi islamici, è un modo per purificarci e vivere la fede nel modo più vicino possibile ad Allah. Durante questo mese, ogni nostra buona azione vale il doppio. L'astinenza dal cibo e dall'acqua ci permette di capirne il vero valore e di condividere la privazione di coloro che non possono permetterseli».

Lo faceva anche quando era a scuola, dove spesso gli insegnanti le hanno chiesto se fosse una sua libera scelta: «Ho sempre cercato di spiegare loro che era una mia decisione e sono stata fortunata nel trovare compagni e professori che lo hanno sempre capito e non me lo hanno mai fatto pesare. Oggi invece, quando sono al lavoro, c'è ancora qualcuno che crede sia una pazzia, soprattutto d'estate quando fa caldo e il giorno è più lungo». Ma a tutti risponde alla stessa maniera: «Fidatevi (sorride, ndr), è molto peggio seguire una dieta!».

Vincenzo Nastasi