«Case ai nomadi»: si riaccende il dibattito

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Un'agenzia ad hoc per il superamento dei campi nomadi a Roma che preveda dei percorsi di fuoriuscita dagli insediamenti e una presa in carico globale per mettere fine alle politiche di emergenza adottate negli ultimi anni. E' la proposta lanciata questa mattina dalle associazioni 21 luglio e Arci durante una conferenza in Campidoglio in cui le due organizzazioni hanno presentato delle linee guida per mettere fine alla politica dei campi.

A oggi, nella Capitale, i rom e i sinti che vivono l''emergenza abitativa sono circa 7 mila distribuiti in diverse tipologie di insediamento: oltre 3.600 risiedono in 8 villaggi attrezzati, altri 1.300 in 9 campi tollerati e altri 2 mila, invece, vivono in circa 200 insediamenti informali. Una presenza che, secondo le due associazioni, "è vista come ingombrante, minacciosa e pericolosa, come attentatrice alla sicurezza personale e alla salute pubblica, come una diversità da dover segregare in nome di un presunto rispetto culturale, in spazi lontani e separati dalla città, quei campi nomadi che sono il segno piu'' evidente dell''emarginazione spaziale e sociale". Emarginazione che ha avuto anche un costo economico non indifferente. "Solo negli ultimi 3 anni- spiegano le associazioni- il Comune di Roma ha speso una cifra superiore ai 60 milioni di euro".

Al sindaco di Roma, Ignazio Marino, le associazioni chiedono di avviare una vera e propria sperimentazione che possa segnare "l''inizio del passaggio dalla dimensione campo alla dimensione casa pensato e realizzato con il coinvolgimento diretto dei singoli nuclei familiari e attraverso una presa in carico multidimensionale che, assieme alla casa, affronti i temi del lavoro, della scuola, della salute e dello status giuridico".  Tra le richieste, quella dell'istituzione di una "agenzia comunale costituita ad hoc e composta da soggetti pubblici e privati che abbia il compito di stabilire contatti con singole famiglie rom al fine di proporre una pluralita'' dei percorsi e dei progetti di soluzione abitativa alternativa al campo, la regolarizzazione degli apolidi di fatto, attraverso l'istituzione di un tavolo che coinvolga le istituzioni, la riconversione lavorativa per gli operatori delle organizzazioni che lavorano nei villaggi attrezzati e l''azzeramento di quei canali preferenziali di dialogo che hanno fino ad oggi accreditato i sedicenti rappresentanti rom per privilegiare il dialogo diretto e il coinvolgimento attivo dei singoli nuclei familiari".

«L'insistenza con cui si continua a parlare dei diritti dei rom, senza fare alcun riferimento ai doveri, è stucchevole – dichiara in una nota Fabrizio Santori, consigliere della Regione Lazio – e credo solo che si rischi di creare frangenti di tensione sociale che farebbero molto male alla citta'' di Roma. I romani attendono provvedimenti per l''housing sociale e interventi in grado di fronteggiare questa crisi, e oggi parlare di case ai rom e'' rischioso oltre che ingiusto».

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