A Roma il “festival” dei cinema chiusi: 40 tra centro e periferia

Un convegno rimette a confronto produttori, gestori e politici locali. Le sale di quartiere uccise dalle multisala e dai bingo

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Quaranta cinema chiusi a Roma negli ultimi anni. Alcuni sono stabili di notevole  pregio storico e architettonico. C’è l’ex cinema Impero, a Torpignattara, abbandonato da circa 45 anni, del quale esiste una copia identica ad Asmara costruita in epoca fascista. Poi c’è il Volturno, in zona Termini, tempio dell’avanspettacolo e luogo dove Alberto Sordi interpreta la celebre scena del Santi Bailor ne “Un americano a Rom. Ma anche sale più recenti e più celebrate, come il Metropolitan di Via del Corso e il Missouri del Portuense.

Ma si potrebbero citare l’Astra di Viale Jonio, l’Embassy di via Stoppani ai Parioli, il Diamante al Prenestino o il Capranichetta a Piazza Montecitorio. E’ la Spoon River
delle sale cinematografiche: circa 40 cinema (altri 20 nel resto della Regione) , alcuni antichi, altri di recente costruzione ma dal notevole valore sociale per il quartiere, chiusi, lasciati marcire, destinati a Sala Bingo o megastore, oppure – e almeno hanno ancora un valore culturale – occupati. Altri ancora, come il Roma e la Sala Troisi,
entrambi a Trastevere, acquistati dal circuito Mediaport di Ferrero (già gestore del multisala Adriano e del Reale) e in procinto di essere ristrutturati per riaprire presto al
pubblico. La situazione peggiore è quella delle periferie, che hanno perso le loro poche sale di quartiere a causa del proliferare dei multisala e in genere a causa della crisi della cinematografia e della contrazione dei consumi. Altrettanto spesso, però, la riconversione dei locali comporta, oltre alla perdita di un punto di aggregazione culturale e sociale, la distruzione di una memoria architettonica e artistica che è parte integrante della storia di Roma.

Alla mappatura completa delle sale cinematografiche chiuse nella Capitale, o almeno quelle storiche, hanno pensato gli allievi del primo anno del corso di Gestione del processo edilizio della facoltà di Architettura de La Sapienza. Guidati dal professor Silvano Curcio, realizzando video, scattando foto e censendo 13 sale. Un enorme lavoro racchiuso in un blog e in un documentario che è stato la base della discussione di un convegno svoltosi mercoledì 13 novembre presso l’Auditorium del Maxxi, a latere del programma dell’VIII edizione del Festival Internazionale del Cinema di Roma. L’idea è quella di convertire e restituire a Roma i cinema chiusi, istituendo un tavolo congiunto tra istituzioni e operatori, perché, come ha detto nel corso del suo intervento il presidente di Anec Lazio, Giorgio Ferrero «non si possono avere leggi regionali e comunali che si contrastano tra loro».

«E’ opportuno – ha spiegato ancora Ferrero – che il Comune di Roma e la Regione intervengano con strumenti che consentano in tempi brevi di scongiurare ennesime chiusure di cinema attivi, attraverso sgravi fiscali e contributi diretti. Dall’altro lato è necessario stabilire norme per la riconversione di 60 cinema chiusi nel Lazio, restituendo alla città nuovi spazi». D’accordo sull’istituzione del tavolo l’assessore comunale alla Cultura, Flavia Barca,  che si è detta sicura «di avere risultati in tempi brevi lavorando in sinergia pubblico-privato». Più dura l’assessore regionale Lidia Ravera: «Se loro (i gestori dei cinema ndr) chiudono perché vogliono redditi da spacciatori, spaccino, non è con la cultura che faranno i soldi. Io non ne posso più del pianto degli imprenditori. Aiutiamoci con la sinergia pubblico-privato».

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