Roma, vivono in casa e senza amici: ecco i nuovi clochard

Gli operatori sociali lo hanno definito “barbonismo domestico” e nella capitale il fenomeno è in crescita. Il ricercatore Di Censi: «Nell'ultimo anno oltre cento casi segnalati»

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Vivono in casa, ma è come se fossero per strada. Sono per lo più anziani, hanno perso i contatti con parenti e amici o vivono il disagio mentale e nella propria abitazione sperimentano l’abbandono. Gli operatori sociali lo hanno definito “barbonismo domestico” e nella sola città di Roma, dal 2002 a oggi ci sono stati oltre 400 casi segnalati, ma il fenomeno è in aumento. A portarlo alla luce una ricerca sui senza dimora a Roma condotta dal sociologo Luca Di Censi e presentata questa mattina in Campidoglio.Nel suo libro “Metodologie applicate per la misurazione della povertà urbana” edito da Franco Angeli, l’autore descrive un fenomeno che «comprende casi di abbandono igienico ed esistenziale di persone all’interno delle mura domestiche che interrompono i contatti sociali e la cura di sè. La casa non viene vissuta come dimora, intesa come luogo fisico di realizzazione di un equilibrio psicosociale». Un fenomeno che in Italia non è ancora studiato dal punto di vista accademico, spiega Di Censi, se non in modo marginale in alcune discipline.Tuttavia, si tratta di una problematica che a Roma è «in aumento continuo o lo è comunque il suo trattamento istituzionale». Difficile fare stime esatte, mentre «la quantificazione degli interventi fatti, invece, ci dice che i casi sono in aumento e sicuramente continueranno a crescere – aggiunge il sociologo -. A Roma, nell’ultimo anno, sono di sicuro un centinaio i casi segnalati». Sono soprattutto gli italiani a vivere questa condizione di marginalità.«Stiamo parlando di persone che hanno una dimora da tanti anni e sono in prevalenza anziani – spiega Di Censi -. Ci può essere qualche straniero, ma al momento si tratta di qualche caso isolato». Ma se il fenomeno riguarda soprattutto persone anziane, non sembrano esserci corrispondenze univoche con difficili condizioni economiche o con le periferie della città. «Abbiamo notato una maggiore concentrazione nel centro della città – spiega il sociologo -, mentre non abbiamo riscontrato un legame col discorso economico.Non sono necessariamente poveri, perché ci sono anche casi di persone non povere, ma ritrovatisi senza legami parentali forti o con patologie. Di sicuro c’è lo scollamento dalla piccola rete che si ha». La presenza femminile è assai più significativa, spiega il testo, ma dipenderebbe dalla più alta composizione demografica. «La dipendenza da sostanze e precedenti biografici di coscrizione – aggiunge il testo -, sono quasi del tutto irrilevanti rispetto all’ingresso nello stato di disagio». A far emergere il fenomeno, le segnalazioni dei vicini.«Sono sempre di più i casi segnalati a causa di situazioni che attirano l’attenzione della comunità – spiega Di Censi -, come il cattivo odore o il peggioramento sia fisico che mentale della persona interessata. Un fenomeno che ha iniziato ad assumere una dimensione non proprio da sottovalutare». Preoccupazioni dei vicini che riguardano rischi seri non solo per chi vive lo stato d’abbandono.«Ci sono persone che vivono l’appartamento come se fosse una strada – racconta Di Censi -. Non utilizzano neanche più i servizi, l’acqua, il gas e il riscaldamento a volte per questioni di morosità. In alcuni casi è stato riscontrato anche un accumulo di cose e lì subentra anche il rischio incendio o comunque una certa pericolosità per lo stessa abitazione». (fonte Dire)

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