Nettuno, invalida senza casa e sussidi chiede aiuto

«Per il Comune vengono prima gli immigrati. Non posso lavorare e non ho un posto dove dormire». L'incredibile storia di Silvia

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È l’ennesima storia di emarginazione sociale. Come per il caso di Mauricio Cella (leggi l’articolo) di mezzo c’è ancora uno sfratto e la mancanza di un lavoro. Ma questa volta parliamo di una persona invalida. Silvia Elviretti, 33enne di Nettuno, da un anno è stata sbattuta fuori di casa senza una prospettiva per il futuro.

LA STORIA – Tutto ha avuto inizio con la perdita del posto di lavoro da parte del compagno. Da lì sono iniziati i problemi economici. Nel giro di pochi mesi è arrivato lo sfratto. Silvia abitava in un appartamento di via Ambra 3 nella zona di Scacciapensieri. Vano qualsiasi tentativo di mediazione col proprietario di casa. Il Comune e gli assistenti sociali rimanevano l’unica alternativa. «Abbiamo scritto più volte al sindaco Chiavetta ma abbiamo ricevuto solo promesse. Poi – aggiunge – negli ultimi tempi ci hanno sbattuto anche la porta in faccia. Il mio caso non sarebbe così grave per questi signori, di fatto vengono prima gli immigrati a cui riconoscono tutti i diritti compresi quelli ad avere un luogo di residenza e un tetto sotto cui dormire. Io e il mio compagno – aggiunge – abbiamo dormito anche in auto e oggi solo grazie alla solidarietà dei nostri amici riusciamo a sopravvivere. Ciò che chiediamo è un sussidio e un posto dove andare. Ne abbiamo diritto».

L’INVALIDITÀ E I PROBLEMI DI SALUTE – Silvia non può lavorare. Da due anni e mezzo ha smesso perché impossibilitata. Ha problemi gravi alla schiena, è stata sottoposta a due interventi chirurgici che non sono andati totalmente a buon fine e ha dovuto patire pure un’infezione post operatoria. Oggi solo gli antidolorifici e la compagnia del suo cane gli consentono una vita dignitosa. Lo Stato gli ha riconosciuto solo il 67% di invalidità civile, appena 7 punti al di sotto la soglia di quel 74% che consente a tutte le persone con problemi di salute di usufruire di un contributo di 200 euro mensili. «La mia battaglia non finisce certo qui – ribatte Silvia. Torno a fare il mio appello affinché il Comune ascolti la mia storia. Mi hanno emarginato ed escluso dalla società Voglio riprendermi la vita che mi spetta».

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